
C’è una cosa che mi stringe lo stomaco ultimamente. Mi è capitato di sentire persone che si occupano di cura, di benessere, dire con una freddezza che gela il sangue: “NON SOPPORTO PIÙ GLI ESSERI UMANI, NE VORREI L’ESTINZIONE”.
Ogni volta che lo sento, perdo le forze.
Può convivere il desiderio di “curare” con l’augurio di veder sparire la specie a cui apparteniamo? Se guardiamo l’umanità dall’alto in basso, come se noi fossimo fatti di una materia diversa o superiore, non stiamo facendo un cammino spirituale: stiamo solo costruendo una prigione per il nostro falso Se’.
La verità è che non puoi sopportare te stesso se disprezzi la radice da cui provieni. Dire “voglio l’estinzione degli umani” significa, in fondo, non accettare la propria faccia nello specchio, le proprie fragilità, quella parte “terrena” e imperfetta che ci rende vivi. Tutto è connesso, tutto è mio parente, recitava il Popolo degli Uomini, nelle Grandi Pianure: se tagli il filo che ti lega agli altri, quel filo inizierà a stringersi intorno al tuo collo.
E poi si ritengono sensibili. Anzi, sensibilissimi.
La vera sfida non è amare l’Universo, le piante, i cristalli, i cani, le tartarughe di terra o il silenzio; sarebbe troppo facile! La sfida vera è restare umani tra gli umani. È trovare la bellezza nel disordine, la luce nel fango, la pazienza nell’errore dell’altro.
La cura non è un trono, è un atto di umiltà profonda. Senza amore per l’umano (tutto l’umano, anche quello che ci fa ribollire il sangue) ogni terapia resta solo un esercizio di stile.
Siamo qui per sporcarci le mani con la vita, non per restare asettici in un angolo di paradiso privato con le essenze floreali. Alla fine, la medicina più potente non è un mantra segreto, ma il coraggio di guardare un altro essere umano negli occhi e dirgli, con il cuore spoglio: “sei anche fragile, si. Sei anche cattivo, distratto, insolente, proprio come me.
Ed è proprio per questo che ti vedo.
Ed è per questo che ti scelgo.”
Martina Crepaldi