I MORENTI e i VIVENTI: il FINALE si gioca qui.

Un paio di notti fa, nel cuore del buio (contemplavo Orione nel cielo) in un’ora senza sonno, ho immaginato la terra nel 2077: il nostro pianeta non era morto sotto le bombe, come molti penseranno… ma sotto un grande ed assordante rumore.
Non era stato il fuoco a distruggerlo e ad annientarci, ma un flusso incessante di informazioni tossiche, un vagone di dati che aveva ridotto il cervello umano in poltiglia. Schermi che vomitano scandali, mari di plastica, guerre eterne, macellai di fanciulli e lamenti di mondi in fiamme
Eravamo diventati computer sovraccarichi, incapaci di pensare e di scegliere.
Credo che oggi l’umanità sia divisa in due: io li chiamo i Morenti e i Viventi.
Per i Morenti, la terra è una prigione. Ogni nuova egregora – e penso alla crisi, alla pandemenza, alla guerra – è un mattone che si aggiunge al loro muro del pianto e del terrore. Vivono in un allarme perenne, leccandosi ferite aperte che non rimarginano mai perché nuovi dolori si sommano.
Per loro la fine è già scritta.
I Viventi, invece, hanno capito il trucco,… almeno credo. Sanno che non conta ciò che accade, ma come lo si osserva. Per loro, ogni egregora è solo un’onda sulla superficie, non tutto l’oceano. Non fanno gli struzzi negando la sofferenza, ma rifiutano di farsi definire da essa. Mentre il mondo urla distruzione e minaccia, loro proteggono il potenziale di una realtà che può essere molto diversa da come appare in superficie.
E il finale si gioca qui.
La vera guerra, la battaglia più cruenta, non è tra popoli, ma tra chi si arrende alla disperazione e chi osa ancora sognare pur trovandosi nel fango.
Mentre fuori il CAOS convince i Morenti che tutto è perduto, un Vivente chiude gli occhi e… respira. Respira!!!
In quel minuscolo istante di silenzio, l’universo ricomincia a battere. Perché il mondo non cesserà di esistere finché ci sarà qualcuno che avrà ancora il coraggio di amarlo e di immaginarlo vivo.
​Ecco, in quell’ora insonne stavo sentendo quella cosa lì.
Ed il mio mondo era vivo.
Ed ero viva anch’io.

Martina Crepaldi

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